Annunciazione del Signore - Milizia dell'Immacolata di Sicilia

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Annunciazione del Signore

liturgia mariana
Circa la solennità dell’Annunciazione del Signore del 25 marzo, la Marialis cultus scrive: «Per la solennità dell’Incarnazione del Verbo, nel Calendario Romano, con motivata risoluzione, è stata ripristinata l’antica denominazione di “Annunciazione del Signore”, ma la celebrazione era ed è festa congiunta di Cristo e della Vergine: del Verbo che si fa “figlio di Maria” (Mc 6, 3), e della Vergine che diviene la Madre di Dio. Relativamente a Cristo l’Oriente e l’Occidente, nelle inesauribili ricchezze delle loro liturgie, celebrano tale solennità come memoria de fiat salvifico del Verbo incarnato, che entrando nel mondo disse: “Ecco, io vengo (…) per fare, o Dio, la tua volontà” (cf. Eb 10, 7; Sal 39, 8-9); come commemorazione dell’inizio della redenzione e dell’indissolubile e sponsale unione della natura divina con la natura umana nell’unica persona del Verbo. Relativamente a Maria, come festa della nuova Eva, vergine obbediente e fedele, che con il suo fiat generoso (cf. Lc 1, 38) divenne, per opera dello Spirito, Madre di Dio, ma anche vera Madre dei viventi e, accogliendo nel suo grembo l’unico Mediatore (cf. 1Tm 2, 5), vera Arca dell’Alleanza e vero Tempio di Dio, come memoria di un momento culminante del dialogo di salvezza tra Dio e l’uomo, e commemorazione del libero consenso della Vergine e del suo concorso al piano della redenzione» (MC 6).

Da quanto afferma Paolo VI nella sua esortazione apostolica la solennità dell’Annunciazione del Signore è una festa sia cristologia sia mariana, quindi è una festa in stretto rapporto con quella del Natale. Gli storici della liturgia, tuttavia, dati gli elementi in loro possesso, non sono in grado di determinare quale delle due date sia stata determinante e predominante. L’origine della festa non è devozionale, e nemmeno deriva da riflessione teologica sul deposito della rivelazione, ma va ad iscriversi nel segno del realismo dell’incarnazione e nella dimensione della storia della salvezza. Per cui prima di tutto ciò che si celebra è un avvenimento e come tale deve essere privilegiato su tutte le altre celebrazioni. L’Annunciazione del Signore ci dice che il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora fra noi (cf. Gv 1, 14); scegliendo di mostrarsi nella fragilità della spogliazione e dell’abbassamento (cf. Fil 2, 5-8).

Da tempo immemorabile, è l’annuncio dei profeti, la visita di Dio al suo popolo era stata annunciata e in modo insistente, per cui non vi era nessun dubbio che ciò sarebbe avvenuto, solo restava il mistero di come questa si sarebbe realizzata. Qui sta la novità, perché Dio non è passato tra gli uomini, ma si è fermato, non si è rivolto agli uomini dall’esterno, si è fatto uomo assumendo tutto dall’interno. Dio si fa uomo per parlare ed agire nel cuore stesso dell’esperienza umana. Scrive E.G. Mori: «Nel nostro momento storico, in cui si parte sempre più dall’uomo, dalla sua scoperta, dal suo significato, dalla sua centralità, l’evento dell’incarnazione è un fatto di straordinaria attualità. È la proposta di Dio che apre alla storia umana dimensioni senza confine. La finitezza umana rimane sempre disponibile ad essere “segno”, anche della presenza personale di Dio» . Dio pur rimanendo il Totalmente Altro, si è fatto uomo, quindi va cercato nella realtà degli uomini. D’ora in poi la storia della salvezza sarà caratterizzata e dominata da una sconvolgente scelta di Dio: l’incarnazione, per questo tutto il mistero cristiano viene posto sotto il segno del Dio-uomo. Di conseguenza la solennità dell’Annunciazione del Signore, non è solo il celebrare l’inizio della nuova avventura di Dio con l’umanità, ma ne è la chiave di lettura e di comprensione di tutto quello che avverrà poi. «L’esaltazione di Gesù, che fa di lui il “Signore” per sempre, non deve mai attenuare il mistero “dell’uomo Gesù”» , perché «quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4, 4-5).

Dalla storia della liturgia sembra non esserci una data certa di quando veniva celebrato il giorno dell’Annunciazione, questo fino al X concilio di Toledo (656). Infatti, è in questo concilio che pur non parlando in modo esplicito della festa dell’Annunciazione, constata che la madre del Verbo non ha ancora una festa celebrata ovunque allo stesso giorno. Il non possedere una data comune, anche se quella del 25 marzo risulta essere la più comune, ci fa comprendere come si sia in presenza di molteplici liturgie legate ai rispettivi luoghi di provenienza (si conservano ancora oggi vari sacramentali e rituali: mozarabico, ispanico, gallicano, romano, senza dimenticare l’area orientale) e di conseguenza come la festa legata all’incarnazione abbia diverse comprensioni.

Dai documenti che oggi possediamo, si sa che le prime commemorazioni di questa festa si hanno dapprima nella solennità del Natale, in seguito con il codificarsi del tempo d’Avvento vengono spostate in esso, e precisamente in una domenica o in un giorno dedicato alla celebrazione dell’incarnazione di Cristo dalla Vergine, per opera dello Spirito Santo. Solo più tardi prese piede la data del 25 marzo come giorno fissato per celebrare l’Annunciazione. I testi antichi ci dicono dunque una cosa importante, agli inizi la solennità dell’Annunciazione del Signore, non veniva celebrata come festa a se stante, ma ne veniva fatta memoria in altre celebrazioni. Ciò si può rilevare nelle omelie che troviamo in oriente tra il IV e V secolo, una delle più datate è quella scritta da Esichio di Gerusalemme († dopo 451), che fa riferimento a Lc 1, 26-38 ed è da ascriversi nel tempo di preparazione al Natale, anche di Antipatro di Bostra († 457) possediamo due omelie da lui tenute nelle domeniche precedenti il Natale. Anche Basilio di Seleucia († dopo il 468) ci ha lasciato un commento al racconto dell’Annunciazione databile prima del Natale del 449. Grande importanza hanno le omelie che ci provengono da Proclo di Costantinopoli († 430), frutto della sua predicazione, in esse vibrano profondi assensi di ammirazione alla Vergine santa, alla base di questi testi c’è l’oracolo di Isaia 7 e il vangelo di Luca relativo all’Annunciazione.

Anche il comportamento liturgico delle Chiese che nel secolo V orbitano attorno ad Antiochia è analogo. Un secolo più tardi la chiesa nestoriana organizzò per il periodo precedente il Natale le domeniche chiamandole dell’Annunciazione (Sûbâra), e l’ultima domenica commemora proprio l’annuncio portato a Maria.  Solo nella prima metà del VI secolo apparve la festa dell’Annunciazione in data 25 marzo, e questo avviene nel patriarcato di Costantinopoli, tale festa in epoca Giustiniana si diffonde anche nelle altre regioni di rito bizantino, e nel giro di qualche decennio fu adottata anche da altri patriarcati.

Prima di passare all’ambito occidentale penso sia opportuno porsi una domanda: perché la data del 25 marzo? Certamente la prima risposta che viene spontanea dare è perché il Natale si celebra il 25 dicembre, e quindi nove mesi prima è appunto il 25 marzo. Ma non è questo il motivo. Il 25 marzo astronomicamente è l’equinozio di primavera. Fin dai tempi di Tertulliano erano presenti tradizioni che richiamavano questa data come quella della creazione del mondo, in alcune anche quella dell’uomo, e della concezione di Cristo. In seguito a questa data si è aggiunta anche la commemorazione della morte di Cristo, lo stesso sant’Agostino nel De Trinitate vi allude, infatti facendo calcoli sulla simbologia dei numeri afferma che la gestazione perfetta comprenderebbe il preciso periodo di nove mesi e sei giorni. Questo si è verificato per la perfezione del corpo di Cristo. Anche nel Sacramentario Gelasiano preadriano si legge: «VIII calende di aprile Annunciazione Santa Madre di Dio e Passione del Signore».

Dopo questa parentesi circa l’aver fissato la data al 25 marzo, vediamo come si è andata formando questa festa nell’occidente cristiano. Le omelie di Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna, nel V secolo, ci dicono l’esistenza e l’importanza di una preparazione al Natale, incentrata sul racconto lucano dell’Annunciazione, l’importanza di questa preparazione è sottolineata pure dal celebre Rotolo di Ravenna (manoscritto copiato nel secolo VIII, ma risalente al secolo VI - fine V -. Il Pinell sostiene che le orazioni presenti siano state composte per l’Ufficio di Avvento delle Chiese del Nord Italia). Anche per altre Chiese dell’Italia del nord, abbiamo testimonianze, risalenti al VI - VIII secolo, che attestano che nella V Domenica di Avvento veniva letto il vangelo di Lc 1, 26 – 38.

Un’importante testimonianza dell’esistenza della commemorazione dell’Annunciazione del Signore, ci viene offerta dalla Chiesa milanese, dove fin dal secolo V l’ultima domenica di Avvento era dichiaratamente celebrativa della verginale-divina maternità di Maria. Il Sacramentario Bergomense (e altri libri liturgici ambrosiani) contengono due formulari di Messa relativi a questa domenica, uno porta il titolo In Ecclesia (cioè la cattedrale), con indicato il vangelo della Visitazione (Lc 1, 39-55), l’altro Ad Sanctam Mariam (usato in seguito da tutte le chiesa) con il vangelo dell’Annuncizaione (Lc 1, 26-38). I prefazi  di queste messe in modo eloquente tratteggiano il tenore mariano di questa domenica, che successivamente nel corso del Medioevo venne chiamata a volte De Incarnatione altre In Annuntiatione, le orazioni di queste messe sono state conservate anche nell’attuale liturgia ambrosiana, come testimonia questa preghiera: «Esaudisci, o Padre infinitamente buono, la nostra supplica: donaci di aderire con umile fede alla tua parola sull’esempio della Vergine immacolata che, all’annuncio dell’angelo, accolse il tuo Verbo ineffabile e, colma di Spirito santo, divenne tempio di Dio».

Anche la chiesa ambrosiana sotto l’influsso della liturgia romano-carolingia assunse la festa del 25 marzo, ed in essa vi confluì la tradizione ecologica gelasiana e gregoriana dell’Annunciazione. San Carlo Borromeo, abolì tuttavia questa festa, per rispettare la veneranda regola di non festeggiare durante la Quaresima, e solo nel 1897 fu ripristinata con decreto della Sacra Congregazione dei Riti in risposta ai desideri espressi sia dal clero che dal popolo milanese. Anche la Chiesa di Spagna seguendo l’esempio delle altre Chiese aveva nel proprio calendario liturgico d’Avvento una domenica dedicata al mistero dell’Annunciazione, come testimonia un mirabile prefazio:
 
«È cosa degna, giusta conveniente e salutare celebrare la miracolosa nascita del nostro Signore Gesù Cristo: che il messaggero celeste annunziò dover nascere tra gli uomini e per gli uomini, che la Vergine in terra accolse mentre veniva salutata e che lo Spirito santo creò mentre si incarnava; affinché per la promessa di Gabriele, la fede di Maria e la reale cooperazione dello Spirito di Dio, l’evento seguisse il saluto dell’Angelo, il fatto mostrasse compita la promessa e la vergine comprendesse di essere stata resa feconda dalla misteriosa potenza dell’Altissimo. Ecco concepirai nel seno e darai alla luce un Figlio, l’Angelo annunziò E come avverrà ciò? Rispose Maria. Ma poiché rispose credendo senza dubitare, lo Spirito santo concepì ciò che l’Angelo aveva annunziato. Maria, vergine prima del concepimento,che rimarrà sempre vergine anche dopo il parto, ha concepito il suo Dio prima nella mente e poi nel ventre. La Vergine, ripiena della grazia di Dio, per prima ha accolto il Salvatore del mondo, e perciò è divenuta la vera Madre del Figlio di Dio. Il quale adorano gli Angeli, i Troni, le Dominazioni e le Potestà, dicendo così: santo…» .
 
Come la Chiesa ambrosiana anche quella spagnola fu influenzata dalla liturgia romana e la festa dedicata all’Annunciazione del Signore fu portata al 25 marzo fino all’intervento del X concilio di Toledo (656), nel quale i padri conciliari spagnoli decisero di stabilire il 18 dicembre una solenne festività mariana, ed in essa si intendeva celebrare il mistero dell’Annunciazione-Incarnazione. Solo nel secolo X-XI e ancora sotto l’influsso romano-franco, nella chiesa ispanica fu introdotta la festa dell’Annunciazione al 25 marzo, tuttavia questa festa conservava l’impianto ecologico di quella del 18 dicembre presente nel Sacramentario Mozarabico. Le orazioni presenti nel Messale di Bobbio, insieme ad altre presenti in alcuni libri gallicani dei secoli VII e VIII che richiamano ai testi biblici di Is 7, 10 – 9, 7 e Lc 1, 26-38, ci dicono che anche la Chiesa di Gallia, almeno fino alla romanizzazione operata da Carlo Magno, la verginale maternità di Maria veniva onorata in modo speciale il giorno di Natale.

Quanto è stato detto per varie Chiese occidentali è valido pure per la Chiesa di Roma, infatti, anche in questa Chiesa la commemorazione dell’Incarnazione e della maternità verginale di Maria erano confluite nella solennità del Natale, che veniva celebrato nella basilica di S. Maria Maggiore. Solo nel VII secolo con l’importazione dall’Oriente di quattro festività mariane (2 febbraio – Purificazione di Maria, 15 agosto – Assunzione al cielo, 8 settembre – natività di Maria e 25 marzo – Annunciazione del Signore), la festa mariana relativa a Lc 1, 26-38, viene portata al 25 marzo, data che in virtù dell’espansione avuta sarà diffusa in tutti i paesi dell’Occidente. Tuttavia per la liturgia romana non va dimenticato che anche le Tempora di dicembre progressivamente si sono colorate di tonalità mariane, infatti nel Sacramentario Gelasiano un prefazio composto per il mercoledì, ci dice che il vangelo letto era quello relativo all’Annunciazione del Signore. Questa messa nel Medioevo acquistò un’importanza speciale soprattutto nei monasteri, tanto venir chiamata Missa aurea beatae Mariae. Sempre nella liturgia romana è presente una commemorazione dell’incarnazione del Signore in una domenica d’Avvento, come si legge nell’Ordo Romano redatto verso la metà del secolo VIII.

La festa dell’Annunciazione del Signore ha variato spesso la sua denominazione ufficiale di questa festa, in età antica era comune l’espressione Annunciazione dell’angelo alla beata Vergine Maria, ma anche Annunciazione del Signore, Annunciazione di Cristo, addirittura Concezione di Cristo; questi ultimi titoli erano dovuti al fatto che la festa più antica era nel ricordo del Signore. Ma il pressante riferimento a Maria ne ha fatto molto presto una festa di Maria, per cui negli ultimi secoli la denominazione ufficiale data è stata Annunciazione della beata Vergine Maria. Da questo excursus possiamo rilevare come questa festa non solo ha cambiato spesso denominazione, ma anche ha variato molte volte la data della celebrazione, varietà legata alla diversa concezione dell’anno liturgico ed ecclesiastico.

In oriente non era presente un’idea molto rigida a questo riguardo, per cui le feste sia dei santi quanto quelle mariane erano sparse lungo tutto l’anno. Al contrario in occidente, e soprattutto in Spagna e nella Chiesa ambrosiana, non erano ammesse deroghe alle feste nei santi nel periodo quaresimale. Da qui l’aver fissato in modo deciso la data dell’Annunciazione al 18 dicembre, in pieno periodo d’avvento. Tuttavia a Roma “la rigidità” quaresimale era minore, questo spiega perché sia il Sacramentario Gelasiano quanto quello Gregoriano conservano la festa dell’Annunciazione al 25 marzo come il calendario orientale. Nella liturgia delle tempora, in avvento, si ricorda l’annunciazione, solo tardivamente al 18 dicembre viene introdotta una festività chiamata Expectatio partus. Solo negli ultimi tempi si arriva alla data del 25 marzo come comune a tutta la chiesa per la festa dell’Annunciazione.

Con la riforma liturgica, a seguito del Vaticano II, la festa ha ripreso il suo nome più autentico, per una profonda motivazione teologica: Annunciazione del Signore. Infatti, il concilio ricorda che la vera radice di tutta la grandezza e unicità della persona di Maria e della missione di Maria: la sua relazione a Cristo (cf. LG 67), tema ripreso dal prefazio della messa della solennità dell’Annunciazione: «È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore. All’annunzio del vangelo la Vergine accolse nella fede la tua parola, e per l’azione misteriosa dello Spirito Santo concepì e con ineffabile amore portò in grembo il primogenito dell’umanità nuova, che doveva compiere le promesse d’Israele e rivelarsi al mondo come il Salvatore atteso dalle genti. Per questo mistero esultano gli angeli e adorano la gloria del tuo volto. Al loro canto congedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode».
 
 
P. Gino Alberto Faccioli, ISSR "Santa Maria di Monte Berico"


 
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