Scheda 1024 - Milizia dell'Immacolata di Sicilia

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SK 1024 - Esiste Dio? Rycerz Niepokalanej, I 1923, p. 5-7 9

(Sono stato in viaggio per qualche giorno; ho avuto diverse conversazioni su verità di fede con miscredenti e cattolici; perciò ora il Rycerz riprende nelle sue pagine almeno alcune di quelle conversazioni.  Non mi atterrò ad un ordine cronologico, ma collegherò le conversazioni piuttosto con un legame logico.  Inoltre, prego quelle persone che hanno preso parte alla conversazione, di volermi inviare le loro osservazioni, qualora io non avessi riprodotto in maniera sufficiente il filo delle argomentazioni.)  Avevamo lasciato Przemyśl e il treno ci portava a gran velocita in direzione di Cracovia. Presso il finestrino sedevano, uno di fronte all'altro, due giovani.  Uno di essi era pittore e ritrattista e, come risultò poi dalla conversazione, ebreo.  Conversavamo sullo scopo dell'uomo ed eravamo giunti ad affermare che tale scopo è appunto il farsi simile a Dio, cioè la gloria esterna di Dio, e che solamente questo scopo costituisce la piena felicità della creatura.  Ad una stazione salì, fra gli altri, nel nostro scompartimento una persona colta, che si pose a sedere proprio di fronte a me e si associò subito alla nostra compagnia.  “Ma possiamo noi sapere se Dio esiste?”, incominciò egli a dire.  “Certamente”  “Forse uno può solamente credere a questo; nessuno, infatti, è in grado di dimostrare che Dio esista”.  “Abbia la bontà di ascoltarmi e io glielo dimostrerò con chiarezza”.  “Su questo punto nessuno riuscirà mai a convincermi”.  “Probabilmente lei rifiuta a priori ogni argomentazione”.  “No affatto!”.  “Anch'io vorrei ascoltare una dimostrazione chiara su questo argomento”, intervenne una signora che sedeva accanto.  “Vi prego di scusarmi - dissi io, volgendomi verso coloro che stavano seduti presso il finestrino - riprenderò dopo la questione che stavamo trattando, per soddisfare i desideri dei signori che sono appena saliti in treno”.  “Con molto piacere”.  “Prima di tutto, mi scusi, quale grado di istruzione possiede lei?”.  “Universitaria, ho studiato diritto”.  “Forse anche filosofia?”.  “Questa poi no; del resto, che ha a che fare la filosofia con la fede?”.  “La fede deve essere in accordo con la ragione e qui serve appunto la filosofia, soprattutto nella questione circa l'esistenza di Dio.  Ma ora io debbo sapere in che cosa ci troviamo tutti d'accordo, poiché mi conviene iniziare da questo, altrimenti edificheremmo su un fondamento instabile.  Perciò, incominciamo: esiste lei?”.  “Sì. Tuttavia io sono solamente una parte del mondo”.  “La prego, di quello che siamo discuteremo più avanti; per il momento le chiedo solo se lei esiste”.  “Certamente”.  “E lei, signora?”.  “Lo affermo anch'io”.  “C'è forse qualcuno dei presenti che la pensi diversamente?”.  Tutti acconsentono.  “La nostra esistenza, quindi, è certa”.  “Questo non lo direi”.  “E perché?”.  “Perché in genere noi non possiamo conoscere nulla con certezza; ciò che alcuni affermano, altri lo negano”.
“Perciò, lei non è certo di esistere?”.  “Io sono solamente una piccola parte della materia esistente nell'universo”.  “Per me non si tratta di ciò che lei è - ripeto - ma del fatto più generale che lei esiste, cioè del fatto che lei è qualche cosa, oppure non è niente”.  “Evidentemente, non sono un niente”.  “E certo?”.  “Sì”.  “Ha un orologio, lei?”.  “Sì”, rispose portando la mano al taschino.  “Appartiene a lei?”.  “Sì, è mio”.  “Sicuramente?”.  “Senza dubbio”.  “Mi scusi, ma se lei ne dubitasse, la pregherei di darmelo e metterlo nel mio taschino (i presenti ridono). Perciò la sua premessa, secondo la quale noi non possiamo conoscere nulla con sicurezza, è falsa, poiché lei considera la propria esistenza come un assioma e non ha alcuna voglia di mettere in dubbio che questo orologio le appartenga.  E io non esisto, forse?”.  “...Sì”.  “E questa signora, e questo signore, e in definitiva tutti noi qui presenti?”.  “Anche loro”.  “Ne è certo?”.  “...Sì, ne sono certo”.  “Ma perché lei afferma questo?”.  “Perché... i miei occhi me lo dicono chiaramente”.  “E questi campi e questi prati che passano davanti ai finestrini della carrozza, e il mondo intero e le stelle che sono sopra le nostre teste, esistono?”.  “Anche loro; insomma, riconosco ormai che quello che scorgiamo con i nostri occhi deve esistere; Dio, però, non lo vediamo”.  “Mi scusi, la locomotiva sta viaggiando in testa al treno?”.  “È evidente”.  “Ne è certo?”.  “Sì che lo sono”.  “Ma lei la vede?”.  “No, ma se così non fosse, la nostra carrozza non andrebbe avanti”.  “Quindi, lei riconosce ormai che noi possiamo conoscere qualche cosa non solo mediante la visione diretta, ma riusciamo a giungere alla conoscenza di una data causa partendo da un effetto.  È vero?”.  “Sì”.  “Che direbbe lei di un uomo che, a proposito del suo orologio, ragionasse nel modo seguente: ‘Questa cassa metallica si è staccata per puro caso in una miniera, si è fusa da sola in un modo singolare, si è purificata e ha preso la forma che noi vediamo ora.  Anche la scritta vi si è impressa per puro caso.  Pure il cristallo si è fuso e si è affilato per puro caso.  Gli stessi ingranaggi a ruota si sono fatti da soli.  E le altre parti che compongono quest'orologio si sono formate da sole per purissimo caso e, infine, si sono messe tutte insieme come le vediamo e così segnano le ore senza bisogno di una mente umana, neanche della mano di un uomo: tutto per caso’.  Se quell'uomo affermasse tali cose con tutta serietà, che ne direbbe lei?”.  “Che probabilmente gli ha dato di volta il cervello”.  “Ebbene, nella natura abbiamo degli organismi formati in modo incomparabilmente più misterioso.  Sicuramente lei si meraviglia quando studia l'anatomia, la composizione anche di un occhio umano soltanto.  Quante parti diverse, come sono delicate e come servono magnificamente per vedere!  
L'intera natura è composta di milioni e di miliardi di organismi che vivono, si sviluppano e si riproducono.  Si potrebbe, dunque, affermare che queste meraviglie della natura siano un puro caso?  Qualcuno potrebbe dire: ‘Tutto questo non avviene senza una causa, è vero; ma tali cause hanno a loro volta una propria causa, e queste altre cause ancora’.  Tuttavia, in questa serie di cause, spinta magari all'infinito, non dobbiamo forse ammettere una causa prima?  Da sole, infatti, le cause non danno nessuna perfezione, ma comunicano soltanto ciò che loro stesse hanno ricevuto, mentre a noi interessa l'artefice di quella perfezione.  Una causa prima deve esserci... e... ed essa è Dio”.  “È evidente”.  Sul volto di quel signore si notava una specie di meraviglia, per il fatto che fino a quel momento non era riuscito a giungere ad una simile conclusione; può darsi che in passato non avesse mai riflettuto su tale verità.    M.K.


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