IN MORTE DI UN AMICO: IL GIGANTE BUONO - Milizia dell'Immacolata di Sicilia

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IN MORTE DI UN AMICO: IL GIGANTE BUONO

Famiglia
 
La morte di Bud Spencer è stata per tanti la perdita di un amico di famiglia. Quello a cui guardi nel bisogno, sempre disponibile a soccorrerti, pronto a rischiare pur di aiutarti. E se non può risolvere i problemi con le buone, ricorre a quattro sganassoni e sistema tutto. Sganassoni che non sanno però di violenza. Il cattivo solitamente si rialza o, male che vada, un cinguettio di uccellini o un suono di campanelli ne accompagna la caduta per terra. Con Bud il bene vince sempre sul male; in lui non c’è volgarità, né arroganza, né ipocrisia. Si ride senza parolacce, senza allusioni di basso livello; si ritorna bambini. Come lo vedi è. Grosso, forte,  e pieno di buoni sentimenti. Nel nostro tempo in cui crollano riferimenti e valori, il suo successo cinematografico non è casuale. E’ la conseguenza del desiderio di un mondo, che potrà sembrare semplicistico agli intellettualoidi, ma che, in fondo in fondo, ripropone il semplice, evangelico, “sì, sì, no, no”.
 
Ma non è così soltanto il personaggio da cinema. Bud Spencer è la rappresentazione cinematografica fedele di Carlo Pedersoli, “un gentiluomo napoletano, un uomo buono e di grandissimo talento", come ha detto il produttore cinematografico Enrico Vanzina. Un uomo che nella vita ha fatto di tutto: pallanuotista, nuotatore, canottiere, giocatore di rugby, cantante e compositore musicale. Negli anni in cui vive con la famiglia a Rio de Janeiro farà l’operaio, il bibliotecario, il segretario d’ambasciata. E’ stato pilota d’auto, elicottero ed aereo; e fondatore di una linea aerea. Ha frequentato le facoltà di chimica, sociologia e giurisprudenza. E ben due volte scende in politica. Senza mai esitare; sempre sorridente, fiducioso, impegnato al massimo. E non perché fosse o si ritenesse perfetto, ma perché in ogni impresa si è gettato con entusiasmo e generosità; le stesse virtù che ostenta nei suoi film; ed anche una massiccia  dose di autoironia. Mai prendersi troppo sul serio. Né dei propri talenti, né delle proprie opere, né dei propri guai. Nei film come nella vita.
 
Ma Carlo è soprattutto un autentico cristiano. Di moglie ne ha avuto una sola, per 50 anni, e di questo ne è sempre stato fiero. A chi gli chiedeva il segreto del suo unico matrimonio rispondeva: “Ah, io non lo so, chiedete a quella donna meravigliosa che è mia moglie”. E non ebbe esitazioni nel dichiarare «da cattolico, sono convinto che il divorzio e l’aborto abbiano distrutto la famiglia». Da morto il giornalismo italiano lo ricorda commosso; ma per anni i media non gli hanno dato spazio, proprio per le sue posizioni “politicamente scorrette”. E quando un giornalista, in occasione dei suoi ottant’anni, gli chiese le ragioni del disinteresse della critica italiana, rispose, come sempre, senza mezzi termini: «Mah, forse perché non sono gay, né trans e ho la stessa moglie da cinquant’anni». Sono dichiarazioni che si pagano. E Bud ne era cosciente. «In Italia io e Terence Hill semplicemente non esistiamo, nonostante la grande popolarità che abbiamo anche oggi tra i bambini e i più giovani. Non ci hanno mai dato un premio, non ci invitano neppure ai festival». Sarà anche per questo che la sua popolarità in Germania  era altissima (e lì presenterà il suo ultimo libro, un‘autobiografia in lingua tedesca di grande successo “Mangio Ergo Sum”), mentre in Italia vigeva la congiura del silenzio.
 
Testimoniano i figli, che lo hanno circondato fino all’ultimo, che la sua ultima parola è stata, nello stile di tutta la sua vita, un semplicissimo e umanissimo “grazie”. Colpisce quanto ha dichiarato il suo compagno di set e amico di vita, Terence Hill: “Quando Giuseppe [il figlio] mi ha comunicato che Bud era andato via, ero ad Almeria, in Spagna, nello stesso punto dove ci siamo incontrati la prima volta, per girare il nostro primo film. E dopo la confusione, il dispiacere, il dolore, è arrivata una sensazione di calma, quasi di gioia: ho capito che niente avviene a caso, che la vita è eterna e che per questo Bud la viveva con gioia. Sono certo che quando lo incontrerò mi verrà incontro con la sua sella in spalla e mi dirà ‘ma non abbiamo mai litigato’“.
 
 
Poco prima di morire, Bud aveva rilasciato un’intervista, semplice e toccante , (anche stavolta ad un giornale tedesco, il Welt am Sonntag) , che funge quasi da testamento. «Con chi vorrei mangiare il mio ultimo pasto? Un bel piatto di spaghetti in compagnia di Gesù. Credo in Dio, è ciò che mi salva. Invece mi sono reso conto che è il nulla ciò a cui prima attribuivo un grande valore: lo sport, dove volevo affermarmi, la popolarità. Chi si inorgoglisce per queste cose, chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota. Ne ho fatti tanti errori, con le donne, gli amici, errori grossolani, follie. Ora che ho quasi 86 anni vedo tante cose in maniera diversa. La vita mi ha insegnato che sono altre le cose che contano. Sono sempre più appassionato della vita ogni giorno che passa, ma la morte non mi spaventa. Perché credo che in realtà non si muore, e che la nostra anima sia viva anche dopo aver lasciato la terra. Anzi, sono certo che la vita continua. Intanto affronterò la morte, in ogni caso, con dignità e con la stessa dignità affronterò il giudizio di Dio. Non mi interessa un “addio” da eroe. Tra l’altro sono un uomo come tanti. La vita è una farsa, tanto fumo negli occhi, tante gioie ma anche tante delusioni. L’eroismo, nel mio caso, è un qualcosa di artificiale, una finzione. Il vero eroe è solo chi dà la vita per il suo Paese o protegge con un atto straordinario la sua famiglia. Io non sono uno di quelli. Io credo perché ho bisogno di credere in Dio e nel “dopo” che c’è oltre la vita. La fede per me è un dogma. Un valore assoluto. Che fa parte della vita di chiunque, anche di quelli che dicono di non credere».
 
Addio Bud. Grazie di essere esistito. Ci vediamo dall’altro lato.
 
 
 
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